Pagina:Le murate di Firenze, ossia, la casa della depravazione e della morte.djvu/15

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e lo sottoporremo alla revisione di persona, del giudizio della quale tu dovrai certamenete tener conto, e dirti contento.

— Ma benedetto Dio! non hai veduto che i miei scritti sono tuttora quali li gettò la penna in carcere, e che volendoli rivedere e correggere a modo, bisognerebbe sacrificarsi a faticare assiduamente per qualche mese almeno? E puoi tu credere che uscito ora di carcere io voglia sobbarcarmi a tanto peso? Parlami daltro, fammi piacere: — Tu corri sempre a precipizio, e voli agl'estremi! Chi ti ha detto di volerti inchiodare in una seggiola da presso un tavolino, finchè non abbia riveduti i tuoi scritti? Questa, ne convenga io pure, sarebbe una barbare pretensione, a me basta che tu dedichi ogni giorno qualche ora a questo oggetto, e son certo che riuscirai a mettere a netto il tuo lavoro più presto che non pensi, poichè, a parer mio, non occorre molto studio per riparare alle leggere mende che vi posson essere, anzi che vi sono. Ma quanno anche si dovesse tardare qualche mese ancora a pubblicarlo, non sarebbe un gran che; dentro l'annata potremmo averlo stampato. Se invece tu cominci a divagarti e a darti bei tempo, addio scritti! niente più facile che tu li ponga in dimenticanza, e rimangan sempre quali or sono sono. Orsù! fa a modo mio, e prometti di occuparti subito di questo fatto.

— Non prometto mai, quando non son sicuro di potere attenere; è questo il mio fermo sistema, tu lo sai; e siccome vedo difficilissimo che io possa ora attendere a questo lavoro, quindi non voglio promettere.

— Ma perchè non puoi attendere a questo?

— Perchè voglio riavermi dalla sofferta prigionia: ho tribolato per 41 mesi nell’angustia di una cella,