Pagina:Le murate di Firenze, ossia, la casa della depravazione e della morte.djvu/9

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parte con maggiore studio e diligenza, sia che la natura delle cose in questa esposte più vivamente feriscano e ricerchino il cuore del lettore, certo è che la prima lo diletta, questa lo sodisfa meglio, e nulla lascia a desiderare.

Un sacerdote arrestato in chiesa, poco men che coll’ostia consacrata in mano, incatenato e guardato come un infame assassino, e senza alcun riguardo tradotto in carcere, non già perchè reo di qualche delitto, ma per una semplice misura di polizia; un accusato al quale si diniega e impedisce ogni possibile difesa, e si condanna col deposto apertamente falso e calunnioso di pochi scellerati suoi giurati nemici, già noti al governo per uomini che non conobbero mai nè fede, nè religione, son fatti che di per sè, anche nudi e semplici, commovono a dispetto e a sdegno chiunque li conosce: or pensa qual fremito si susciti nell’anima di chi li legge esposti dalla penna infiammata di uno scrittore che ne fu la parte passiva! L’amico a buon diritto biasima e condanna il governo di Leopoldo, poichè sotto il costui regime noi fummo sgovernati da uomini ignoranti, falsi, prepotenti, che non conobbero nè onestà, nè religione. Leopoldo dormiva sempre, e un principe che dorme non può e non deve lagnarsi se lo scudiscio di Dio lo sferza onde destarlo. Oh qualche volta è necessario che nel mondo avvengano gli scandali!

N’è tardi che quest’opera sia fatta di pubblica ragione, perchè niuno può creder vero ciò che l’amico con documenti irrefragabili costringe a confessare e riconoscere come certissimo. So bene che col mezzo di queste economiche procedure in Toscana avemmo troppo spesso a piangere gravissimi abusi di potere, ma non seppi mai che alcun giudizio di questo genere