Pagina:Le opere di Galileo Galilei XVII.djvu/16

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[3419] 24 gennaio 1637. 17

scolari, che tutta la ciurma era ammalata; ma che, guarendo e ricominciandosi l’arte, si ripiglierà il nuovo artifitio.

La gelosia che ha V. S. del P. F. F.1 fa temere anco me: pure voglio sempre sperar bene, e il silentio di 4 settimane si può attribuire a molte non cattive cagioni. Invio a lei la lettera, perch’ella mi favorisca d’inviarla sicuramente, sì come ella mi si offerse; e di nuovo le rendo gratie infinite della partecipatione favorevole da V. S. incamminatami appresso un tanto suggetto.

Ho contento grandissimo nel sentire che la sua nuova dottrina delle resistenze e del moto sia già sotto la stampa e che l’Elzeviro faccia instanza del resto del moto, e che però V. S. vadia lavorando intorno a’ proietti. Vorrei essere intanto quanto prima a goderne, et essere il primo a nutrir l’anima delle sue nuove e sempre maravigliose dottrine; ma non veggo modo di partirmi di qua per più mesi senza mio storpio notabile e senza scandalo mentre ci è la Corte: però mi è forza il digiunare in pazienza.

Di questo Studio non ci è nuova di consideratione. Gli scolari son pochissimi; filosofi non ne è comparsi: ci son bene lettori frati numero 14, che fa ridere e scandalizare ognuno. Io poi alla lezione di cattedra ho hauto buona udienza, ma un continuo flusso e reflusso d’ogni genere di persone. Alla letione di casa ho sempre tutti gli scolari ch’io ci havevo da principio. Di dieci soglion ridursi a uno, io ci ho intera la decina; ho hauto ventura, credo io, di dare in ingegni assai ragionevoli. Ce ne ho tre de’ migliori, uno gentil’huomo di Rimini de’ Guidoni, uno de’ Buonaiuti2 Fiorentino, e quel gentil’huomo Lucchese, Sig.r Tommaso Balbazi, del quale ha già hauto qualche avviso. Di lui veramente conosco una dispositione et attitudine grande, ma si trova contro la volontà di suo padre con altrettanta premura di quel che si havesse il mio di farmi studiar legge. Questa gli progiudica in maniera, che sentendolo suo padre deviato per l’inclinatione verso la mia scuola, l’ha richiamato a Lucca in tutte le vacanze; e dubita adesso il figliuolo del ritorno, o d’haver a star qua anno per anno tanto poco tempo quanto basti per haver le fede del corso scolaresco e dottorarsi. Dice bene questo giovanetto con tutto lo spirito e quasi piagnendo: E se io non ho a studiar le matematiche, mio padre non mi havrà nè matematico nè legista, perchè io mi morrò di dolore. Questo e tutti gli altri riveriscono infinitamente il nome di V. S., ammiratissimo da tutti gli huomini d’intelletto.

Il Sig.r Pieralli3 saluta reverentemente V. S., ma seguita nel medesimo stato di cattiva sanità, se non con peggiore. Ha una continua tossonaccia, e spesso spesso sputi di sangue, in copia alle volte di un’oncia e più; sichè, sebene i medici stimano per cosa certa che venga dalla testa4....

  1. Padre Fra Fulgenzio Micanzio.
  2. Niccolò Buonaiuti.
  3. Marcantonio Pieralli.
  4. Con queste parole termina il primo foglio della lettera, e manca il resto.
XVII.