Pagina:Leonardo prosatore.djvu/303

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Certo in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra generazione d’animali: imperocchè, se l’aquila vince per potenza li altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde le rondine colla lor prestezza scampano da la rapina de lo smerlo; i dalfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’ gran capidogli; ma noi, miseri! non ci vale alcuna fuga, imperocchè questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e mi pare tuttavia trovarmi a notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte sepolto nel gran ventre.

II.

Caduto il fier gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa terra, parve che cadessi una montagna, onde la campagna [fu] squassata di terremoto con ispavento a Plutone infernale. E per la gran percossa, ristette sulla piana terra alquanto stordito, e subito il popolo, credendo fussi morto di qualche saetta, tornando la gran turba — a guisa di formiche che scorrano a furia, correndo per il caduto rogere — così questi scorrendo per l’ampie membra e le traversando con ispesse ferite.

Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto da la moltitudine, subito sentesi cuocere per le punture, mise un muglio che parve funsi uno spaventoso tono, e, posto le sue mani in terra e levato il pauroso volto, postosi una de le mani in capo,