Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/70

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64 CANTI fatto ardito il morir. Morrò contento 95 del mio destino ornai, né più mi dolgo ch’aprii le luci al di. Non vissi indarno, poscia che quella bocca alla mia bocca premer fu dato. Anzi felice estimo la sorte mia. Due cose belle ha il mondo: 100 amore e morte. All’una il ciel mi guida in sul fior dell’età; nell’altro, assai fortunato mi tengo. Ah, se una volta, solo una volta il lungo amor quieto e pago avessi tu, fora la terra 105 fatta quindi per sempre un paradiso ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza, l’abborrita vecchiezza, avrei sofferto con riposato cor: che a sostentarla bastato sempre il rimembrar sarebbe no d’un solo istante, e il dir: felice io fui sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto esser beato non consente il cielo a natura terrena. Amar tant’oltre non è dato con gioia. E ben per patto 115 in poter del carnefice ai flagelli, alle ruote, alle faci ito volando sarei dalle tue braccia; e ben disceso nel paventato sempiterno scempio. O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra 120 gl’immortali beato, a cui tu schiuda il sorriso d’amor! felice appresso chi per te sparga con la vita il sangue! Lice, lice al mortai, non è già sogno come stimai gran tempo, ahi lice in terra 125 provar felicità. Ciò seppi il giorno che fiso io ti mirai. Ben per mia morte questo m’accadde. E non però quel giorno con certo cor giammai, fra tante ambasce, quel fiero giorno biasimar sostenni.