Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/156

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92 — prima di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, e che ora io piango tante volte per morto. In vero, io direi che 1’ uso del mondo, e l’esercizio de’ patimenti, sogliono come profondare e sopire dentro a ciascuno di noi quel 5 primo uomo che egli era: il quale di tratto in tratto si desta per poco spazio, ma tanto più di rado quanto è il progresso degli anni; sempre più poi si ritira verso il nostro intimo, e ricade in maggior sonno di prima : finché durando ancora la nostra vita, esso muore. In fine, io mi maraviglio come IO il pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per cosi dire, l’anima, e farmi dimenticare tante calamità. E se non fosse cho io non ho più speranza di rivederla, crederei non avere ancora perduta la facoltà di essere felice. GEN. Quale delle due cose stimi che sia più dolce : 15 vedere la donna amata, o pensarne? TAS. Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi pareva una donna ; lontana, mi pareva e mi pare una dea. GEN. Coteste dee sono cosi benigne, che quando alcuno 20 vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i raggi d’ attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi. TAS. Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un gran peccato delle donne; che alla prova, elle 25 ci riescano cosi diverse da quelle che noi le immaginavamo? GEN. Io non so vedere che colpa s’abbiano in questo, d’esser fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia 2 A vero — 3 A mondo — AMF dei — 13 e»»er — 15 A ornata — 24 AMF questo I d' «ver — 2 or« piango — 12 E te potetti rivederla io crederei — 16 quando io I* (...) — m‘era — 19*20 che tubilo che | quando, tempre che] alcuno vi ti accoda — 25 ti dimutirano -