Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/343

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e di misura : cioè un errore che si fa nel computare, nel misurare, e nel paragonar tra loro, gli utili o i danni. 11 quale errore ha luogo, si potrebbe dire, altrettante volte, quanti sono i momenti nei quali ciascheduno abbraccia la vita, ovvero acconsente a vivere e se ne contenta ; o sia 5 col giudizio e colla volontà, o sia col fatto solo. PLO. Così è veramente, Porfirio mio. Ma con tutto questo, lascia eh’ io ti consigli, ed anche sopporta che ti preghi, di porgere orecchie, intorno a questo tuo disegno, piuttosto alla natura che alla ragione. E dico a quella natura IO primitiva, a quella madre nostra e dell universo ; la qualt* se bene non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha latti infelici, tuttavia ci è stata assai meno inimica e malefica, che non siamo stati noi coll ingegno proprio, colla curio¬ sità incessabile e smisurata, colle speculazioni, coi discorsi, 15 coi sogni, colle opinioni e dottrine misere : e particolar¬ mente, si è sforzata ella di medicare la nostra infelicità con occultarcene, o con trasfigurarcene, la maggior parte. E quantunque sia grande l’alterazione nostra, e diminuita in noi la potenza della natura ; pur questa non è ridotta a EO nulla, né siamo noi mutati e innovati tanto, che non restii in ciascuno gran parte dell’ uomo antico. 11 che, mal grado J che n’ abbia la stoltezza nostra, mai non potrà essere altri¬ menti. Ecco, questo che tu nomini error di computo ; veramente errore, e non meno grande che palpabile ; pur 25 si commette di continuo ; e non dagli stupidi solamente e dagl’ idioti, ma dagl’ ingegnosi, dai dotti, dai saggi ; e si commetterà in eterno, se la natura, che ha prodotto questo nostro genere, essa medesima, e non già il raziocinio e la * propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a ine J 30 che non è fastidio della vita, non disperazione, non sensd[ della nullità delle cose, della vanità delle cure, della soli¬ tudine dell’ uomo ; non odio del mondo e di se medesimo ; — 280 —