Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/352

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dico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e delu¬ dere come sciocchi, ed oltre ai mali che soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl’ inganni non dell’ immaginazione, ma dell’ intelletto. 5ifSe questi miei sentimenti nascano da malattia, non so; so [che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, I rifiuto ogni consolazione o ogn’ inganno puerile, ed ho il » coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nes- 10 suna parte dell’ infelicità umana, ed accettare tutte le con¬ seguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera com¬ piacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano. Io diceva queste 15 cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia ; vedendola cosi rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non più sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai eh’ ella era tanto nuova, quanto Salomone, e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più 20 antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienis¬ simi di figure, di favole, di sentenze significanti 1’ estrema infelicità umana ; e chi di loro dice che l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna ; altri, che uno 2! > che sia caro agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo andare 8*. E anche mi ricordai che da quei tempi insino a ieri o all’ altr’ ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse 30 dottrine. Sicché tornai di nuovo a maravigliarmi: e cosi tra la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché studiando più profondamente questa materia, conobbi che I* infelicità dell’ uomo era uno degli errori inveterati —