Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/403

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tengasi anche oggidì in tanto grido, e che dell altro li taccia appena menzione? ». Pag. 121, 13 - Intorno allo studio che il L. fece degli »critti di Federico il grande di Prussia, e sui probabili influssi esercitati da questo sul nostro Poeta. v. N. SERBAN, L. et la France, Paris, Champion, 1913, pp. 247-55. Pag. 122, 13 - Discorso, ingegno speculativo, facoltà raziocinativa. Pag. 123.9 - Aveva già scritto il 25 agosto 1820 nello Zibaldone, I, 325-6: « Come le persone di poca immaginazione e sentimento non sono alte a giudicare di poesia o scritture di tal genere, e leggendole e sapendo che sono famose non capiscono il perché, a motivo che non si sentono tras¬ portare e non s’immedesimano in verun modo collo scrittore, e questo anche quando siano di buon gusto e giudizio; coti vi sono molte ore, giorni, mesi, stagioni, anni, in cui le stesse persone di entusiasmo ec. non sono atte a sentire e ad esser trasportate e però a giudicare rettamente di tale scritture. F.d avverrà spesso per questa ragione che un uomo, per altro capacisaimo giudice di bella letteratura e d’arti liberali, concepisca diversissimo giudizio di due opere egual¬ mente pregevoli, lo 1’ ho provato spesse volte. Mettendomi a leggere coll animo disposto, trovava tutto gustoso, ogni bellezza mi risultava all occhio, tutto mi riscaldava e rni riempieva d'entusiasmo, e lo scrittore da quel momento mi diventava ammirabile ed io continuava sempre ad averlo in gran concetto. Altre volte mi poneva a leggere coll’animo freddissimo, e le più beile, più tenere, più profonde cose non erano capaci di commuovermi : per giudicare non mi restava altro che il gusto e il tatto già formato: ma il mio giudizio si ristringeva cosi alle cose esterne, e nelle interne a una congettura dell effetto che l'opera potesse produrre in altrui. E l’opera non mi restava per conseguenza in grande ammirazione.... Questa considerazione deve servire: 1° a spiegare la diversità dei giudizi in persone ugualmente capaci, diversità che s attribuisce sempre a tutt’altro; 2° a non fidarsi troppo dei giudizi anche dei più compe¬ tenti e di se stesso.. . ». Pag. 126, 4-2 - Cfr. la Storia del genere umano, pag. 16 e la canz. Ad Angelo Mai, 100-2 « A noi ti vieta | 11 vero appena è giunto, | O caro immaginar ». Pag. 126,6 - Cfr. un appunto del 25 sett. 1821 nello ZibalJ., IH, 368:

  • Gli illetterati che leggono qualche celebrato autore non ne provano diletto,

non solo perché mancano delle qualità necessarie a gustar quel piacere eh essi possono dare, ma anche perché si aspettano un piacere impossibile, una bellezza, un’ altezza di perfezione di cui le cose umane sono incapaci. Non trovando questo, disprezzano l’autore, si ridono della sua fama e lo conside¬ rano come un uomo oi dinario, persuadendosi di aver fatto essi questa scoperta per la prima volta. Cosi accadeva a me nella prima giovanezza leggendo Virgilio, Omero ec