Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/412

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Pag. 170,3 - Interpetrazione tradizionale, ma inesatta, della dottrina di Epicuro; il quale invece insegnava a posporre i piaceri del corpo a quelli dello spirito meno fallaci e più durevoli. Pag. 170, 16 - Considerazione meramente umoristica sulla rappresenta¬ zione ideale che di Socrate e delle sue abitudini fa PLATONE ntW Apologia e SENOFONTE nei Memorabili III, 10. Pag. 170,21-22 - L’ironia, di cui qui s’indaga l’origine, non è4,pro¬ priamente quella di Socrate, ma dello stesso Leopardi : che in Socrate, brutto e inetto ai negozi e ai godimenti della vita, ma dotato di un ingegno supe¬ riore e portato quindi naturalmente a vedere il falso e il vuoto di quella vita da cui rimaneva escluso, rappresenta se stesso. Cfr. 1’ Ultimo canto di Saffo e la lett. al Giordani del 2 marzo 1818. Inesattissimo quindi il giu¬ dizio del SAINTE-BEUVE, dove dice che « le caractère de l'ironie socratique n’ a j a mais été mieux analysé et défini qu’ au debut de ce petit traité » (Portraits contemp. Pari*. Levy, 1889, IV, 408). E tutto quello che segue è una idealizzazione de’la propria dottrina e persona dentro la luce, in cui, per opera se/natamente di Platone, ci apparisce la figura di Socrate. Pag. 172,4 - Postilla marg. autogr. « Tusc. V, 4; Acad. I, 4 ». Nel primo di questi luoghi Cicerone dice : « Primus omnium Socrates philo- tophiam devocavlt c coelo, et in urbibui collocaoit, et in domos etiam introduxit, et coèglt de vita, moribui rebutque bonii et malis quaerere ». Nel secondo : « S. mlhi vìdetur (id quod comtat inter omnei) primus a rebus occulti! et ab ¡pia natura involutii, in quibui omnei ante eum philosophi occupati fuerunt, avocaoiue philoiophiam et ad vitam communem adduxine, ut de vlrtutibui et »Itili omninoque de bonii rebus et malis quaereret, caelestia aulem vel procul etie a nostro cognizione cenieret vel, il maxime cognita euent, nlhll tamen ad bene vlvendum ». Pag. 172, 15 - ClC. Ac. I, 4 : « Nihil te idre dicat niil Id Iptum ». Cfr. PLATONE, Apoi. VI. Ma P espressione recisa di Cicerone non è stori¬ camente esntta, corritpo.idendo a una figurazione di Socrate a cui, non senza esagerazioni, pervennero gli Accademici (che Cicerone seguiva), attribuendo a Socrate un concetto che fu proprio di loro. Pag. 172,42 - SENOFONTE, Memor. IV, I (a cui forse il L. pensava) vuol dire che Socrate amava rivolgersi piuttosto ai giovani bennati, come più docili per indole al suo insegnamento. La bellezza che egli cercava era quella dell' anima. Pag. 173,) - Il viso di satiro è una reminiscenza del Convito pla¬ tonico, cap. XXXVII, dove Alcibiade infatti paragona i discorsi di Socrate alle maschere di Siimi, con cui gli scultori solevano coprire le loro statue bellissima. Il giudizio sulla derivazione di tutta la filosofia, greca e moderna, — 349 —