Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/413

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dal naso rincagnato di Socrate non vuol essere altro che un’arguzia, a imitazione del famoso giudizio di Voltaire sul naso di Cleopatra.

Pag. 173, 7 - Le commedie dell’arte.

Pag. 173, 14 - Il L. qui prende le mosse certamente da quel luogo del Fedro platonico (c. LX) dove Socrate espone profondamente perché sia da preferire l’insegnamento orale allo scritto, osservando che «colui che pensasse lasciare in iscritto un’arte, e colui che la ricevesse, come se intendimento certo e chiaro venisse dalle lettere, sarebbe assai semplice, e ignorerebbe il vaticinio di Ammone, credendo che le orazioni scritte sian più che ricordi, a chi sa, di quello che la tenitura significa»; giacché «la scrittura ha di grave questo; ed è proprio simile alla pittura. Imperocché i figliuoli di questa stanno lì come vivi; ma se alcuna cosa domandi, maestosamente tacciono: e così le orazioni scritte. Le quali tu crederesti che un poco abbiano a intendere quel che dicono; ma se le interroghi su alcuna delle cose che dicono, per desiderio di apprendere, significano sempre il medesimo. E l’orazione tosto ch’è scritta, si volge di qua e di là, si tra gl’intendenti come tra quelli ai quali non si convien per nulla; e non sa a chi dee parlare, o no; e ha bisogno, facendoseli soperchieria e riprensione a torto, dell’aiuto del padre, perciocché non si può difendere né si può aiutare da sé» (trad. Acri).

Pag. 174,3 - L’Ottonieri, cioè, non vedeva quell’utilità, per cui il vero e proprio lavoro si distingue dal giuoco; poiché l’utilità non potrebbe consistere in altro che nel conferire quella felicità, la quale invece è irraggiungibile. Sicché ogni occupazione non può giovare se non come passatempo, sottraendo l’animo dalla noia.

Pag. 174, 10 - Cfr. la Storia del genere umano.

Pag. 174, 13 - Cfr. Zibald. VII, 15. Donde apparisce che di questo pensiero egli aveva preso nota il 31 maggio 1624. Questo capitolo dell’Ottonieri fu scritto il 3 settembre.

Pag. 175, 18 - Cfr. ROUSSEAU, Émile liv. V: * (Les hommes) toujours pleins de l’objet auquel ils tendent, ils voient à regret l’intervalle qui les en sépare.... Ils emploieraient volontiers leur fortune à consumer leur vie entière; et il n'y en a peut-être pas un qui n’eût réduit ses ans à très-peu d’heures, s’il eût été le maître d’en ôter au gré de son ennui celles qui lui étaient à charge, et au gré de son impatience celles qui le séparaient du moment désiré». (LOSACCO, Contributo alla Storia del pessimismo leopardiano, Trani, Vecchi, 1896, pag. 122).

Pag, 175, 20 - Cfr. Zibald. I, 368, e i riscontri indicati dal LOSACCO Contributo, pag. 122 e Leop. e Maupertuis pag. 8 (nel num. unico XXIX giugno MDCCCXCVIII: A G. L. omaggio degli studenti recanatesi, Recanati, Simboli, 1898).