Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/428

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


364 —

luogo del ROUSSEAU, Émile, liv. IV: «Trop souvent la raison nous trompe, nous n’avons que trop acquis le droit de la récuser; mais la conscience ne trompe jamais, elle est le vrai guide de l’homme; elle est à l’âme ce que l’instinct est au corps; qui la suit, obéit à la nature, et ne craint point de s’égarer».

Pag. 282, 6 - Quanto a sé, il L. il 14 agosto 1820 scriveva a un amico: «Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle care illusioni. La speranza è una delle più belle,... A me resta solamente per forza di natura. Secondo la ragione dovrei mancarne affatto. Ma viviamo, giacché dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, e amiamoci di cuore, che forse è la miglior fortuna di questo mondo. La freddezza e l’egoismo d’oggidì.... sono cose che mi spaventano». Cfr. La Ginestra, 114-38.


DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE.

Il L. il 1° luglio 1827 in Firenze, scriveva nel suo Zibaldone, VII, 229-30: «Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla né più né meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto nessuno; e piuttosto che accettarlo (e così io a me stesso), mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s’ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti». È evidentemente il primo abbozzo di questo dialogo scritto quell’anno stesso a Firenze. Pel riscontro delle idee di questo dialogo con idee del Maupertuis v. LOSACCO, Il L. e il Maupertuis, nel numero unico citato.

Psg. 285,4 • Cfr. i versi di Simonide a pag. 151,