Pagina:Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia, Laterza, 1921.djvu/52

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42 i - versi

     disse, e ristette e quasi si pentia,
poi seguitò: — Mi trasse al punto estremo
105non so se di mio fato o colpa mia.
     I' membro l’ora, ed in membrarla fremo,
che prima vidi le sembianze ladre
per ch’in eterno fra quest’alme gemo.
     Vidi la donna misera che ’l padre
110erasi aggiunta, ma che ’l tristo letto
non fé’ bello di prole e non fu madre.
     E cura inquieta mi sentii nel petto
che parea dolce, ma la voglia rea
vanezza e tedio femmi ogni diletto,
115     I' fea contesa e forse ch’i’ vincea,
ma un dí fui sol con quella in muto loco,
e bramava ir lontano e non volea,
     e palpitava, e ’l volto era di foco,
e al fine un punto fu che ’l cor non resse,
120tanto ch’i’ dissi: — T’amo — e ’l dir fu roco.
     Vergogna allor sul ciglio mi s’impresse,
e la donna arrossar vidi e gir via
senza far motto, come lo sapesse.
     Poi nulla i’ fei, ma tanto piú che pria
125divampò ’l foco al soffio di speranza,
ch’arder le vene e i polsi i’ mi sentia.
     Allor che tratto di mia queta stanza
fui d’armato drappello in su la sera
con feritá ch’ogni mio dire avanza,
130     e dentro muta torre in prigion nera
chiuso che ’ndarno il genitor chiamava,
immobil tra catene come fera.
     Stupido e sol rimasi in quella cava
ricercando mia colpa, ed oh dolore
135in ricordarmi di mia voglia prava!
     Era giunta la notte a le tard’ore
che tace e per le vie gente non passa,
quando fioco romor sentii di fòre.