Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/45

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III. DA ORAZIO 7 Patisce poi di molta debolezza chi dietro corre a cosa vana e lieve, e in terra casca come pera mézza chi tropp’alto vuo’ gir. Mai non si deve un concetto variar per più vaghezza in mille forme; e chi, per dirla in breve, ciò non cura, di un bosco in tra le fronde dipinge un pesce, ed un maial ne Tonde. 8 Se da somaro un mettesi a fuggire né la sua fuga copre attentamente, uno sciocco parrà, se il vogliam dire. Con occhi neri e insiem senza alcun dente io piuttosto amerei di comparire che far ne’ versi miei rider la gente, come colui che sol l’unghie e la chioma sa nel bronzo imitare o « il bel di Roma ». 9 Se a un peso sottopor si vuole il dorso, si veda in prima come stan le spalle, e chi ciò ben farà, drizzare il corso potrà di poi per l’eliconio calle, e da tutte le muse avrà soccorso onde non caschi nella bassa valle, e data al suol, meschino, una gran botta non torni a casa con la testa rotta. 10 Chi vuol l’ordin serbar, deve aver l’occhio a por tutto al suo loco: un gran dottore quegli sarà, che insiem pulce-pidocchio, verbigrazia, unirà. Non poco onore acquistar può chi non sarà capocchio una nuova parola in tirar fuore; poiché per qual ragion Plauto e Cecilio può far ciò che non può Vario e Virgilio?