Pagina:Letturecommediagelli.djvu/94

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ei fussi, quando egli ebbe questa visione, ne’ trentacinque anni, affermando con l’autorità di Davit profeta, quello essere il mezzo della vita. Conciosia che egli scriva ne’ suoi Salmi, che il termine della vita umana è settanta anni; e tutto quello che l’uomo vive di più, lo vive in fatiche ed in affanni. Il Landino ricercando in questo luogo con gran diligenza, qual sia questo termine della vita nostra, induce circa a tal cosa molte e molte opinioni, e infra l’altre quella degli astrologi; i quali referendo, come è loro costume, ogni cosa a’ cieli, vogliono che ciascuno pianeta ci dia un certo numero d’anni di vita, i quali computati e raccolti insieme aggiungono infino a novanta, attribuendo i quattri pimi a la Luna, dipoi dieci a Mercurio, dipoi otto a Venere, diciannove al Sole, quindici a Marte e dodici a Giove; e questi fanno sessantotto. E qui dicono essere comunemente il tempo che dura la vita nostra, affermando essere pochi quegli che lo passano; e la cagione è perchè il restante, che sono anni ventidue, gli dà Saturno, il quale è freddo e secco; le quali due qualità, per consistere la vita nostra principalmente nel caldo e nell’umido, son dirittamente contrarie a quella. Adduce dipoi ancora l’opinione di alcuni altri, i quali dividono la vita per numeri settennarii; e dimostrando che la natura fa sempre o il più delle volte in quegli qualche mutazione, vogliono ch’e’ si porti sempre ancora in quegli qualche pericolo. Nè vogliono questi tali ch’ei si possa passare naturalmente, vivendo, il termine di settanta anni; il quale dicono essere il maggior numero che possa fare il sette, multiplicato per il maggior numero che si trovi, il quale è dieci; non essendo tutti i numeri che passano dieci, secondo che dicono questi tali, più numeri, ma replicazione di numeri. Questi settennarii furono osservati grandemente da Macrobio, dimostrando che la natura mostra sempre nell’uomo, neì primi cinque, qualche accrescimento di vita: onde gli fa nel primo cadere e rimettere i denti; nel secondo lo rende atto a la rigenerazione; nel terzo gli cuopre il volto di peli; nel quarto pon termine al suo crescere più per la lunghezza; e nel quinto gli dà il colmo delle forze: e di poi non pare ch’ella ne tenga più conto, o pochissimo, ma lo lasci andare continovamente a la diminuzione; della