Pagina:Letturecommediagelli.djvu/99

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Imperochè se ei fusse stato così, ei non arebbe tanto desiderato, poi ch’egli ne fu cacciato, di tornare in quella, quanto e’ mostra nel suo Convivio, dicendo:poi che fu piacere de’ cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno, nel quale nato e nutrito fui sino al colmo della mia vita, e nel quale con buona pace di quella desidero con tutto il cuore di riposare l’animo stanco, e quel che segue. E queste sono finalmente le opinioni degli espositori circa a questa selva.

Delle quali (il che sia detto da me con quella reverenza che debbe portare un par mio a tanti uomini virtuosi e dotti, senza biasimare alcuno, ma solamente per ritrovare il vero senso di questo luogo, e quel che abbia voluto dire il Poeta) non me ne piacendo alcuna per le ragioni che io ho narrate di sopra, dico e tengo che Dante abbia inteso per tal selva una confusione d’opinioni senza cortezza perfetta di quello ch’e’ dovesse credere; nella quale egli si ritrovò, quando avendo egli la ragione e l’uso di quella perfetto, egli incominciò a discorrere e considerare le cose del mondo1. Per il che egli non sapeva risolversi, quale dovesse essere certamente il fine suo vero, nè manco dove egli dovesse indirizzare l’animo e l’operazioni sue a volere conseguire quella perfezione, la quale e’ non era ancor forse pensava che fusse stato fatto ed ordinato o da Dio o dalla natura l’uomo. E se qualcuno si opponesse a questa mia opinione, dicendo che Dante, essendo cristiano come egli era, sapeva molto bene la verità, e quello ch’egli avesse a credere ed operare, io gli rispondo, ch’ei non è dubbio alcuno che Dante non fusse primieramente battezzato, e dipoi ammaestrato da’ suoi maggiori istorialmente, come siamo stati ancora tutti noi altri, delle cose della fede; ma questa fede è così fatta, e creduta per modo d’istoria, non è quella la quale forma l’intelletto nostro, e che

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  1. Dante medesimo scrive nel Convito: «l’adolescente, ch’entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon cammino, se dalli suoi maggiori non gli fosse mostrato.» IV, 24, pag.494 della edizione fiorentina del Giuliani.