Pagina:Lezioni elementari di numismatica antica.djvu/12

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cui ogni serie di questa classe appare variamente colorata. Si è nudrita lungo tempo l’idea di monete fatte di metallo di Corinto. Secondo l’asserzione di Plinio, e L. Floro, si è creduto che nell’incendio di quella Capitale sotto Lucio Mummio Acaico l’oro, l’argento, e il bronzo liquefatti, e concorsi a unirsi in una massa nelle regioni più basse avessero poi data la materia alle belle statue, e vasi detti Corinziaci; ma posciachè nella decomposizione chimica di tali supposte monete non si è trovata alcuna particella d’oro, si è dovuto rinunziare al vecchio pregiudizio.

Poichè all’oro non può la ruggine recar nocumento, le medaglie di un sì nobile metallo riescono di una stupenda conservazione. Per l’argento non è possibile il garantirnelo onninamente: pel bronzo poi non v’è remissione. In un solo caso ne vengono risparmiate, quando cioè restano sepolte in una qualità di terreno che le ha vestite di una finissima spoglia, per cui anco nella minima forma le più sottili masse della capigliatura, e i più leggieri tratti delle lettere, vi sono rimasti intatti perfettamente. Una tal tinta ch’e tutta produzione della natura inimitabile malgrado ogni più studiato artifizio, riesce varia ne’ suoi colori, bruno, cilestro, violetto, o smeraldino. E siccome ha spesso un bel lucicante, che sembra una inverniciatura perfetta, le si è dato il nome di vernice, ossia di patina, la quale a medaglie di tale natura aggiugne un credito, e valore considerabile.

Dal maggiore o minor numero delle monete d’oro, che son pervenute fino a noi, ovvero dalla lor privazione, si deduce lo stato di opulenza delle Capitali d’allora. Non si saprebbe produrre una sola moneta d’oro di quegli, antichi Re di Macedonia, finche rimasero in povera condizione: da Filippo II. però, il quale introdusse molto oro ne’ suoi stati, da Alessandro Magno di lui Figliuolo, e da Lisimaco Re di Tracia assai potente, se n’è fatta coniare una quantità prodigiosa. Altrettanto si può argomentare delle famose Città di Siracusa, Taranto, e Cirene, le cui copiose monete d’oro attestano l’antica dovizia. Non è per altro questa regola senza eccezione; poichè dei monarchi della Soria, de’ quali è notissima la potenza, pochissime di tali monete si veggono; e nissuna se ne potrebbe attribuire con certezza ad Atene la metropoli per così dire di tutta la Grecia. Della potentissima Roma non vi è quasi nessuna moneta d’oro fino all’epoca degli Imperatori, dopo i quali si fece pur sì commune. La maggior parte consisteva in ar-