Pagina:Lignite in Valgandino.djvu/10

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12 giornale dell’ingegnere
dare con grossissima spesa nelle puntellazioni. Si aggiungeva a tutto ciò la natura stessa del fossile assai più friabile e non impastata a strati regolari ma molto interrotti, natura che i pratici dicono rizza, la quale indica un deposito non affatto tranquillo, forse che l’effetto delle onde siasi propagato fino ad esso trovandosi in non molta distanza dalla riva del lago primitivo, la qual natura rendeva i lavori più precarj e più caduchi; sicchè, fenomeno inaspettato, più di cento metri di galleria ad onta delle puntellazioni repentinamente caddero ad un tratto in una notte, e forse in poco d’ora, al primo manifestarsi dei geli di dicembre, derivasse ciò da effetto atmosferico o da qualche lieve scossa di terremoto. Avventuratamente non v’erano minatori nella cava. Tornati la mattina per riprendere i loro lavori trovarono impedite le vie e sepolti i loro arnesi. Tutte queste disgrazie avevano poste in qualche angustia le escavazioni. Già dai primi momenti che riconobbi la impossibilità di realizzare il piano grandioso e regolare di escavazione che accennai, aveva pensato alla attivazione di qualche altro pozzo. Una situazione mi si presentava opportuna perchè prossima ad una strada carreggiabile e non molto lontana dai nostri fabbricati, e che potevasi facilmente porre in comunicazione coi lavori che stavano coltivandosi per trarne alimento di aria respirabile, e per avvantaggiare anche di una delle gallerie principali onde trasportare il fossile ai magazzini per la via sotterranea: il che sarebbe tornato comodo, massime nella stagione jemale che in quella regione è pittosto lunga, e nei grandi sollioni d’estate. Ma dubitando della estensione da quel lato dell’area utile, e volendo conoscere a priori a quale profondità avrei trovato il combustibile, e con quale potenza, feci tentare in prevenzione uno sforo col mezzo di una grossa trivella sino alla profondità di 20 metri. Altro fondo non trovammo che una massa calcare cinerognola con qualche leggiero indizio ad ogni tratto di depositi vegetali. Feci allora che si spingessero da quel lato i lavori in attività con una galleria lunga più di cento metri: ma questa rapidamente alzavasi verso
la superficie del suolo facendosi sempre più povera di fossile; sicchè dovemmo conchiudere che quel punto che a tutte le apparenze si riteneva compreso nel bacino carbonifero era fuori dello stesso.

Allora pensai che era tempo di abbandonare il perimetro, e mi risolsi di intaccare la miniera più verso il suo centro, e designai i siti dove escavare due nuovi pozzi ad un tratto, e qui senza anteriori assaggi, poichè i dati delle escavazioni già fatte ne davano la certezza di riuscita. Ma quasichè colle angustie in cui si trovava la miniera per i disastri sopra narrati, le più sfavorevoli circostanze congiurassero, nuovi e non piccoli incagli ne presentò lo scavo dei designati pozzi. Lo strato ghiajoso superficiale, che ordinariamente non si manifesta d’un’altezza maggiore di cinque o sei metri, e che alla distanza di circa 100 metri dal sito dove si cominciò a lavorare per lo sforo, ai piede della collinetta, che sorge isolata, e protendevi dal paese di Leffe a dividere i due fiumicelli della Romna e del Rino, trovasi men alto di un metro; corrispondentemente al nuovo pozzo, aveva la enorme profondità di sedici metri. Non dubitando di questa circostanza si può dire anormale e probabilmente prodotta da un gorgo nell’originario bacino, incominciammo l’approfondamento colla consueta armatura di legname. Ma tra per il bisogno di scavare inferiormente con una certa larghezza per poter impostare al di dietro dello intavolato l’armatura di travi, alla quale inchiodarlo, tra per lo scrollo dipendente dai colpi della inchiodatura all’intavolato stesso, cominciò la ghiaja per sua natura assai sciolta e mobile a sgrottarsi per di dietro; sicchè pervenuti alla profondità di circa sei metri si rilasciò da un lato con fragoroso rovinio. Mi recai tosto in sito. Trovai che benchè due delle pareti avessero alquanto sofferto, le altre mantenevansi tuttavia salde, e non avevano piegato dalla perpendicolare. Feci riempire di fascine e di terre soffici il vuoto, sbadacchiar ben bene con puntelli intermedj la canna già predisposta, sgombrare la materia precipitata nel fondo, e dubitando che il disastro avesse mosso dalla troppa altezza delle puntate che si lasciavano libere raggiungenti l’una per