Pagina:Lignite in Valgandino.djvu/3

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architetto ed agronomo 5
all’intera società col porla in commercio. Basata su questi principj, e nel desiderio di avvantaggiarne lo Stato, la saviezza dei nostri padri ha voluto privilegiare le ligniti con una provvida legge, senza della quale quei tesori giacerebbero tuttora infruttiferi ed inesplorati, e ad essa, ad essa sola ne dobbiamo la escavazione. Ma per venire agli scavi di Valgandino, dirò che da quasi un secolo se ne conosceva l’esistenza. Un certo Alessandro Radice di Gandino ne aveva ottenuta anzi dalla Serenissima Repubblica Veneta, alla quale quel territorio bergamasco apparteneva, un privilegio per lo scavo fino dal 1785. Ma troppo scarsa era ancora l’industria, troppo ricchi tuttavia i boschi, e quindi a troppo buon prezzo la legna, perchè convenisse attivare sul serio delle escavazioni di quel materiale di non facile estrazione, e che nel consumo presenta gli incomodi dell’odore ingrato e nauseante. Caduta la repubblica ai primi anni del secolo presente, G. B. Rossi di Vertua ottenne nel 1804 dalla Prefettura di Bergamo facoltà di escavarlo, ma non ne approfittò. Fu Pietro Treille avventuriero francese, che conosceva il pregio del combustibile, e che probabilmente aveva veduto in patria il modo di escavarlo, il quale fatto accorto dell’esistenza di questo fossile da certo Lorenzo Salvetti di Leffe, si tolse l’impresa di aprirvi una cava nell’anno stesso, associandosi un Francesco Monti ed un Felice Botta, che lo ajutarono di opera e di denaro. Lunga e penosa fu la lotta di questa società per iscegliere i migliori metodi di estrazione, e per adattarvi le macchine le più opportune, giacchè, come è facile l’immaginare, quantunque i principj generali per questa come per tutte le altre simili industrie sieno uniformi, pure la pratica loro applicazione varia all’infinito a norma delle infinite locali combinazioni. Ma molto più lunga fu quella per vincere i pregiudizj dei popolo, ed indurlo ad accettare, se non sul focolare domestico, almeno su quello delle officine principali dell’industria un combustibile che arde con poca fiamma, e che manda ardendo un odore ingrato. Provvido il governo italico la sostenne con sussidj, e coll’aprire nuove strade carreggiabili, e migliorare le
vecchie, sicchè le popolazioni di quella valle devono in gran parte all’attivazione di queste cave i grandi beneficj della viabilità allo scopo di minorare la spesa di trasporto, e di permetterne la condotta nei centri di consumo con un vantaggio di costo a fronte della legna. Ma quell’impresa passata nelle mani del Gioja (nome non perituro negli annali delle scienze), che ne pubblicò nel 1815 un apposito opuscoletto, indi in quella di Merembert e Botta, e finalmente limitatasi nella sola ragione Felice Botta, se trasse una vita bastevole a sè, e se da ultimo avvantaggiò al suo unico proprietario, non diede al pubblico quei vantaggi che tanti sagrificj e tanta governativa protezione davano diritto di attendere. Fu nel 1838, che tratto lo scrivente in quei luoghi nell’idea di appoggiare certo Pietro Campana di Gandino, attivando un nuovo scavo, in unione ad altri due amici, domandammo a suo nome di poter suddividere quell’area che avrebbe potuto fruttare assai più in tempi come i nostri, nei quali il combustibile si fa sempre più ricercato e scarso, ed ottenemmo dopo molta insistenza, mediante Dispaccio dell’Eccelsa I. R. Camera Aulica per le zecche e miniere dell’8 gennajo 1844, che l’area fino allora usufruttata dal solo Botta, venisse ridotta nei limiti di legge e divisa in tre parti, lasciando a lui quella porzione dove aveva i suoi fabbricati e le sue escavazioni in attività, e dividendo il resto tra la compagnia nostra, che era intanto cresciuta di socj e di capitali, la quale prese il titolo di Giuseppe Biraghi e Compagni, cessionarj Campana, e certi fratelli Carrara di Bergamo. La parte però toccata a questi ultimi presso Cene, essendo pressochè sterile, non venne attivata, sicchè rimasero nel campo due soli competitori.

È la valle di Gandino un vasto bacino (fig. 1.ª) che spingesi scendendo da ponente a levante, cinta da ogni parte di monti di natura calcare, formati da eruzioni porfiriche che ne tormentarono in mille direzioni gli strati, e coperta in gran parte da ammassi di depositi di ciottoli piuttosto angolosi e calcarei. La attraversano varj rigagnoli perenni che raccolgonsi in uno principale, chiamato la Concossola o la Romna, il quale scende a tributare le