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fonda rivolta contro la borghesia trionfante, e predica il socialismo come una santa crociata. In lui l’amore del proletario è qualche cosa di più alto, di più universale dell’amore di patria; e nell’accusare e nel difendere trova accenti che impressionano e commuovono, perchè ci fa sentire nella sua personale e dolorosa esperienza tutta l’ingiustizia di una società «dove sono uomini che sprecano ricchezze non guadagnate col proprio lavoro, e uomini che languono nella miseria per mancanza di lavoro».
Non sono certo «La guerra delle classi» e «Il tallone di ferro» le opere più interessanti del London, dal punto di vista dell’arte, ma esse aiutano, meglio di tutte le altre, a capire l’anima dell’eterno vagabondo e le crisi ch’egli patì, al punto di abbandonare gli uomini per gli animali, e a rappresentarli con così tremendo realismo.
Questi libri di Jack London, come quelli di Upton Sinclair, di Giuseppe Conrad, di Bernardo Combette, di H. G. Wells e di Israele Zangwill, appartengono ad una letteratura d’eccezione, sono i libri di una generazione tormen-