Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/135

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canto ottavo

20Fûr l’arse arene, e poca arma li artigli;
L’Istro lo sa, che di lor pugne al vampo,
Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;
Lo san le valicate alpi, lo sanno
L’ispido Scita e il mercator Britanno;

    25E il sai tu pur, che là su’ fumiganti
Campi di Iena fulminato e fiâcco
L’orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti
Di Torgravia gli allori e di Rosbacco.
Ov’è, Francia, quel brando? Ove quei tanti
30Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?
Sol di lingua son prodi i figli tuoi?
Vincer non san, morir non san gli eroi?

    Morir volean, tutti morir! Dai colli
Cari alla Mosa, ove Turenna nacque,
35Ruínavano a morte, e facean molli
Di strage i campi, e rosse e gonfie l’acque.
Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli
L’imperatore, ed aspettando tacque;
Vide la morte, e con terribil gioia
40Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!

E s’avventò. Dalle sonanti Ardenne
Lucifero lo vide. Allora a un punto
Di Turenna balzò l’Ombra, e il rattenne,
Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
45Si volse il duce, il fier caval contenne,
D’ira non men che di stupor compunto,
— E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
Cadono i prodi, e non vuo’ giunger tardi.

    Lasciami, sgombra: alla battaglia il loco,
50La speme al petto, al dir l’ora già manca;



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