Pagina:Luisa Anzoletti - Giovanni Prati, discorso tenuto nel Teatro Sociale la sera dell'11 novembre 1900 per invito della Società d'abbellimento di Trento, Milano 1901.djvu/28

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fin da que’ primi passi, dalla scuola de’ maestri nordici attraendo in sè col gran calor del suo cuore tutti gl’idoli della fantasia, dopo che per inseguirli i nordici maestri avean dovuto spandere il cuore e la fantasia per tutto quanto l’universo?

Chi ha insegnato a Giovanni Prati, poeta civile e politico, che non avea in Italia predecessori fuor de’ petrarchisti, a cantare l’indipendenza italiana così disimpacciato dagli ostri regi del Filicaia, come inetto a’ vezzi chiabrereschi, e pur di tanto vincendo il Fiorentino e il Savonese, quanto i tesori di natura vincono la ricchezza dell’arte? e facendo dimenticare qual copia esuberante di melodia e qual novità di ritmi ed eleganza di flessuose modulazioni era decorsa pe’ chiari fiumi arcadici, garruli e gonfi di pindariche e anacreontiche linfe?

E chi mai finalmente ha insegnato al tridentino Orfeo quello che seppe egli solo: con la musica dipingere il sogno?

Vollero ch’egli byroneggiasse, vollero che pigliasse a prestanza nelle ballate il plettro dell’Hugo e del Bürger. Ed è vero. Egli s’è fatto prestare quanto gli occorreva anche dal Foscolo, anche dal Leopardi, anche dal Lamartine, anche dal Carrer, anche, oh quanto! dal Manzoni. Ma che vuol dire? Il plettro sarà d’altri, ma le corde, ma tutte quante le corde son sue. Ed egli può ben lasciare che qualche volta un coro d’estranee voci si alterni ai suoi assoli; tanto, quella che domina, quella che sola sentiamo andarci al cuore, sarà sempre la voce sua. Del resto bisogna pur dire, che se talvolta egli s’atteggiò alla Byron, l’aria poteva darsela, ma l’aria sola. E a spiegare quanto poco di congenere in fatto di temperamento potesse avervi tra il romantico inglese e l’italiano, basti questo: che i