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riali. Se ne osserva il grazioso disegno nella tavola 78 di detta opera, il quale ha la forma delle nostre ampolline, ma alquanto più picciola. L'erudito Eggling crede essere uno di quelli che da Varrone vengono chiamati gutti, leggendosi nel 4 lib. questo scrittore, quo vinum dabant, ut minutatim funderit a guttis guttum appellarunt. In questo vaso si ammirano scolpiti a basso rilievo ed a perfezione i misterj di Cerere e Bacco. Questi ricchissimi arredi, effetti di strabocchevole lusso, erano provenienti dall'Oriente, dalla Caramania, dalla Persia e dall'Egitto. Vi è fama che Mitridate ne avesse posseduto 400; e che Pompeo, dopo aver vinto questo famoso sovrano, tra le cose le più preziose che recò trionfante a Roma, fece ammirare per la prima volta sei di questi vasi murrini. V. Plinio, lib. 37.
Or siccome non tutti i preziosi vasi dell'antichità erano murrini, così non è irragionevole il credere che questi ultimi venissero così nominati dall'uso al quale erano particolarmente destinati. L'etimologia di Guiberto ce ne potrebbe convincere, riflettendo che da bel principio chiusi in essi degli unguenti, da questi la loro denominazione trassero, ma poscia adoprati per riporvi vini rari e squisiti liquori, ai quali il semplice lusso, la vanità e la crapola un falso ideale merito accordavano, Continuarono ad esser detti murrini. Eccettuata l'esorbitanza del prezzo, noi possiamo ancora vantare i nostri vasi murrini, ossia i particolari bicchieri per vini forestieri, birra, champagne e rosolj.
Ciò che avvi d'interessante sul ragionamento del Principe di Biscari, si è la congettura ch'egli avanza sulla qualità del balsamo od unguento murrino. Nessun autore tra gli antichi ed i moderni se n'era, per quanto io ne sappia, prima di lui occupato. Crede quel dotto e laborioso antiquario d'averla trovata nell'ambra. Costui su d'alcune dubbiose parole di Plinio tutti i raziocinj suoi appoggia, in-
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