Pagina:Maffei - Verona illustrata I-II, 1825.djvu/150

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120 dell’istoria di verona

In fatti quinci fu che gli Ateniesi non signoreggiaron mai che una piccola parte di Grecia, dove i Romani l’Italia tutta, e dopo l’Italia tant’altro mondo. Lodando Cicerone i Padovani dell’aver contra Antonio somministrato ai duci Romani denaro, soldati ed armi, dice di essi e degli altri lor prossimi, non esser maraviglia che fosser fedeli, dopo che si era lor participata la Republica, quando tali erano stati anche per l’avanti (Phil 12: minime mirum est, communicata cum his Republica fideles esse, ec.). Di quanto benefizio riuscisse a Roma l’aver vincolati in tal modo questi paesi nostri, l’Imperador Claudio presso Tacito fece con queste parole gran tempo dopo testimonianza in Senato: quando furono ricevuti a cittadinanza i Traspadani, allora fu stabile la quiete interna, ed allora contra gli esterni, fiorimmo (Ann. lib. 11: Tunc, ec., floruimus, cum Transpadani in Civitatem recepti). La fece altresì Cicerone per tutta la Gallia cisalpina, quando confessò esser essa il fior d’Italia, e dell’Imperio del popolo Romano l’ornamento e il sostegno. (Phil. 3: ille flos Italiae, illud firmamentum Imperii populi Romani, illud ornamentum, ec.). E da ciò veramente ben si raccoglie che l’idea di Roma d’ampliar se stessa con la comunicazion di se stessa, fu il maggior segreto che la politica inventasse mai. Ecco in virtù di questo quella Gallia, che per tante età fu il terrore e il pericolo del popolo Romano, divenuta l’ornamento suo ed il sostegno. Ben però disse altrove l’istesso Tullio (pro Balb.): quello che principalmente fondò