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| prefazione | iii |
prove apodittiche e prestandomi a quali che sieno le condizioni e le esigenze d’una teorica rigorosa ed esattamente dimostrativa. Delle cagioni dell’indugio è fatta parola per entro ai volumi. Salvochè io debbo qui confessare, che quanto maggiore intervallo è stato frapposto fra il promettere e l’attenere, altrettanta è con ragione cresciuta l’aspettazione di questi Libri, il cui poco merito nessuno conosce e misura meglio di me; e forse avrei operato da savio a non tentare l’impresa o tentata e compita a non la mettere in pubblico, ristringendomi a quella modesta maniera di filosofare. esposta nei Dialoghi, e alla quale si fa sempre incontro con aria giovialona e contenta il più della gente che sfugge la gravosa fatica del meditare sottile e profondo. Ma io dirò le ragioni dell’essere rimasto saldo al proposito.
Quando io in Parigi mandai fuori il volume dei Dialoghi, la filosofia del senso comune che altri à pur domandata scozzese perdeva fautori e riputazione, sopraffatta qual era dai sistemi grandiosi e spettacolosi di metafisica trascendente venuti a luce in Germania. E lo stesso Hamilton, ultimo allievo della scuola di Edimburgo, piuttosto che coltivare e allargare il campo già dissodato e fecondato dal Reid, compiacevasi di negare ogni cosa e negar sopratutto la possibilità