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| prefazione | v |
negasse, come fecero gli Scozzesi, la possibilità d’una più alta filosofia e fossero levati di mezzo i tentamenti nobilissimi del fondare la scienza a priori. Perlochè essendomi io nei Dialoghi fatto censore del Reid e della sua scuola propriamente a rispetto di tal negazione, a me sconveniva di rimanermene sempre fra gli uditori di Socrate o seguir sempre Cicerone nella sua villa del Tuscolo e sedermi con esso lui all’ombra della quercia di Mario.
Io riconosco di aver combattuto aspramente e con ogni arme non disonesta Hegel e gli Hegeliani per due ragioni efficacissime sull’animo mio: l’una che io giudico la sua dottrina falsa, paradossa e bizzarra; l’altra che io la temo funesta all’Italia quando vi ponesse gran piede. Perocchè, a dire aperto ogni cosa, in niuna maniera ò potuto capacitarmi ch’ella non iscalzi dai fondamenti il principio morale assoluto che differisce toto cœlo dalla utilità o dalla volontà del maggior numero degli uomini. Nè gli Italiani sono Tedeschi, appo i quali la mente scapestra e il cuore sta saldo e all’anarchia delle idee mette compenso e riparo il sentimento profondo del retto e del santo.
Pel resto, se combatto e percuoto con fieri colpi Hegel, la scuola sua ed il suo panteismo, non entro