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| dell’assoluto | 129 |
187. — E quando pure il possibile sia sempre ed unicamente fatto sinonimo del pensabile, come si vuole con ciò staccarlo sostanzialmente dal suo sostegno obbiettivo, tanto che si abbia facoltà di affermare l’uno e negare l’altro? Il pensabile è concernenza di qualche cosa e non istà di per sè; anzi, è propriamente la cosa, guardata nell’intelligibile sua natura; e la pensabilità distaccata e rimossa dalla rispettiva sussistenza è mera astrazione; simile a quella onde per finzione mentale pensiamo l’atto diviso dall’agente e il modo dal subbietto e l’accidente dalla sostanza.
III.
188. — A compiere, intanto, da ogni parte, la questione incidente che abbiam rinnovata e la quale riflette non poca luce sulla storia della metafisica non è forse inutile di conoscere che la scuola di Leibnizio continuò in Germania a calcare le orme di lui, studiandosi altresì di perfezionare la prova ontologica della esistenza di Dio e stringerla similmente nell’abito dialettico il più rigoroso. Volfio, Bilfinger, Baumgarten e Meier riprodussero con maggior diversità di parole che di concetto la definizione di Spinoza rinnovata dal Leibnizio e secondo cui l’esistenza effettiva non può mancare a quell’ente la cui essenza implica la necessità dell’esistere.
189. — Simile costanza nei pensatori tedeschi dimostra, per mio avviso, che certa confusa apprensione del vero persuadeva loro la possibilità d’una prova rigorosa ontologica della esistenza di Dio cavata dal suo concetto. E d’altra parte non iscorgendo altra via conducente a quel fine salvo la segnata già da Anselmo, dai Cartesiani e dal Leibnizio, studiavano di mutar
| Mamiani | 9 |