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| 320 | libro terzo. |
2. — Noi per lo contrario provammo che la percezione ci porge non la fede sola, ma si la certa notizi del sussistere delle cose finite; e conoscemmo altresì che le idee accendono nel nostro spirito la scienza evidente e apodittica dei non contingenti e che tutte dimostrano con la realità loro obbiettiva l’esistere del primo e sovrano Noumeno. Onde io piglio le tue metafore, o gran solitario di Konisberga, e dico che sebbene la nostra picciola barca erra con rischio e paura per lo gran mare dell’essere, tuttavolta non si può affermare di lei
«Che реsса реr lo vero, e non à l’arte:» |
conciossiachè la natura glie ne forniva una acconcissima e appositissima.
3. — Chiami tu vapori colorati e ingannevoli le percezioni, o credi che le idee giustamente rassomigliate (mi sembra) alle stelle fisse, non bastino ad insegnarci il cammino e condurci eziandio a nuove contrade non mai per l’innanzi visitate dall’uomo? Certo, ogni teorema che gli algebristi e i geometri aggiungono alla loro scienza è nuova provincia dischiusa al nostro intelletto, mediante il lume delle idee e la verità infallibile che le accompagna.
Si rompa una volta cotesta rete laboriosa e finissima degl’ipercritici, la quale potea bene stringere fra le sue maglie ed accalappiare l’ontologia del Volfio, del Malebranche e del Clarke, non quella che procede dalla più intima cognizione del nostro percepire e del nostro intendere e quale l’ammannisce al presente la metafisica.
V’à, insomma, a capo dello scibile umano una ontologia vera e inconcussa; e nell’infinito dei concetti v’à una scienza dell’Assoluto infinitamente progressiva e perpetuamente dimostrativa.