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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/391

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della teologia naturale 371


lezione nostra dell’infinito sarà in modo inadeguato sempre e finito. Ma ciò non distrugge nè la cognizione nè la sua verità; perchè si avverta, anzi a tutto, che il modo finito ancora che condizioni il conoscere, non forma e non elementa il conoscere stesso; stantechè la cosa distinguesi al postutto dai limiti e dalle condizioni estrinseche e non n’è guari costituita.

Ma v’à di più; la mente levata a conoscere l’infinito nega le proprie limitazioni e serba così la verità dell’obbietto; e quante forme di privazione e di finità s’accorge di apporre alla concezione dell’Assoluto, altrettante contradice via via e cancella. In tale sforzo iterato ed anzi continuo dell’intelletto di negare il finito è la guisa meno imperfetta del nostro sublime conoscere e l’assolve da falsità. In quel modo che non è falso il mio pensare all’immensità dello spazio, sebbene la non sia compresa dall’atto d’intuito. Perocchè, guardando il cielo, io nego (per così favellare) le cose che il circoscrivono e corro con la immaginazione di là dalle ultime stelle; e poi nego la insufficienza stessa della mia fantasia e pongomi a contemplare uno spazio intellettuale e così pervengo al concetto vero e puro d’uno spazio infinito.

81. — In terzo luogo, si noti che se rimangono le imperfezioni, nè tutte forse le maniere di limiti sono soppresse, ciò non deroga punto alla verità del concetto. Essendo che il genere umano nega e disdice prima ostinatamente quelle imperfezioni e limitazioni; poi sa e confessa di non intendere l’infinito sotto specie adeguata e condegna. Il concetto, pertanto, à vero di verità proporzionata ed umana; e le insufficienze ed oscurità sue non all’obbietto, ma si a noi sono attribuite.

82. — In quarto luogo, noi manteniamo che la co-