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| 372 | libro terzo. |
gnizione dell’infinito espressa nella definizione testè recata, non è negativa come si arbitra di sentenziare gran numero di metafisici. Ed anzi, il lor detto è da convertire nel suo contrario; e liberamente è da pronunziare che le cognizioni umane più positive sono quelle appunto, le quali si riferiscono alle intellezioni di Dio; perchè l’infinito, l’eterno, l’uno e simiglianti primalità si concepiscono da noi mediante il negare le negazioni, o, vogliam dire, le privazioni ed i limiti. L’infinito nega il finito ed afferma con ciò sè medesimo: l’eterno nega la mutazione ed afferma la permanenza del divino sussistere; l’uno nega il composto ed afferma l’interezza dell’essere e n’esclude ogni divisione, la quale è un principio di annullamento.
83. — Nè solo tutto ciò sta saldo per le generalità supreme e per quello che può domandarsi il contenente dell’Assoluto, ma per le contenenze speciali altresi. Nel vero, ogni positivo che l’uomo discuopre, osservando e sperimentando, non può non essere contemplato nella perfezione divina, la quale, sfornita di tal positivo, sosterrebbe difetto e limitazione. E se malagevole lo sceverare il positivo dal suo contrario, non perciò dee giudicarsi impossibile; avendo noi per natura nel nostro intelletto certe facoltà a ciò predisposte, come l’astrarre, il generalizzare e altrettali, che a guisa di filtri spirituali e finissimi purgano a poco per volta e sublimano i prodotti dell’esperienza. Ma di questo fu parlato con sufficienza nel libro anteriore e ne toccheremo qualche altra cosa un poco più avanti. Qui basti il considerare che quel positivo, il quale è necessario di attribuire all’essenza divina, se giunge notificato a noi per segni e rappresentanze, queste sono definite da ultimo e intese con determinazione e chiarezza, ripensando agli elementi sperimen-