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| 382 | libro terzo. |
V.
96. — Venni poi meditando assai lungamente fra me per conoscere se il concetto che io mi componevo della unità sostanziale dell’Assoluto, fosse il vero ed il solo. Conciossiachè mi pareva potersi puranche definire ed intendere a questo altro modo che cioè la unità sostanziale uscisse dalla sostanziale partecipazione di tutte le forme in fra loro, di qualità che ciascheduna potesse predicarsi di tutte le altre e queste similmente di ciascheduna; onde fosse lecito dire per via d’esempio che la bellezza divina vuole, può, conosce, si letizia si gloria; e la bontà è bella, sapiente, beata, volenterosa gloriosa, potente, e così prosegui. E forse in tal modo concepiva Spinoza il suo Dio; dappoichè sforzavasi di mostrare la perfetta e continua corrispondenza della idealità e della estensione. Ma non fu difficile il discoprire che in questo infinito di forme infinite era piuttosto da ravvisare un tutto assoluto che vera e perfetta unità. Per lo certo, se ciascuna di quelle forme divine partecipa di ogni altra e vi partecipa sostanzialmente, non può per questo non serbare tale proprietà di essenza che la distingua e differisca dalla specie e dalla proprietà di ogni altra; chè se tutte sono identiche in tutto, spariscono le determinazioni e cadiamo nell’assoluta indifferenza dei differenti la quale menata allo estremo e sciolta d’ogni ambiguità di linguaggio è pretta contradizione. Si conceda ai soli Hegeliani di dire e di asseverare che la possibilità eterna delle cose, le loro essenze particolari e concrete nella natura e lo spirito umano co’ suoi pensieri affetti ed operazioni sono sempre la idea e che ogni esistenza è idea e null’altro. Certo, quando il medesimo è an-