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| 384 | libro terzo. |
Platone fa fare alle anime nostre, salite colassù a mirare la faccia del puro ente e che poi tornano in terra le più di esse con ali rotte e spennacchiate. Nè io presumo di aver cansato questi pericoli in tutto; e vo’ ripetendo con Arnobio: Quidquid de Deo dixeris, quidquid tacita mentis cogitatione conceperis, in humanum transit et corrumpitur sensu. Il che mi giova di notare per le cose discorse e per le seguenti.
98. — Nè voglio intorno al proposito tacere quest’ altra considerazione che talora i mistici fanno insieme con gli scettici buona comunella per sottrarre ogni credito al modo nostro di meditare e descrivere la natura divina. E già il Jacobi in Germania nego a dirittura che la riflessione e il discorso dimostrativo potessero dir cosa di Dio che stesse a martello e non racchiudesse alcuna insclubile contradizione. Certo, a lui fu poco travaglio mostrare che il pensier riflessivo di necessità procede con le distinzioni e le analisi e giudica a norma delle nozioni e categorie che venne raccogliendo col percepire l’astrarre e l’ideizzare. Tutto il che nella opinione del Jacobi induce una serie di particolarità e di limitazioni inconciliabili con la essenza divina e genera una sorta di antropomorfismo tanto più riprovevole quanto si appiatta sotto le apparenze del rigor filosofico.
99. — A me sembra avere di già risposto implicitamente a coteste obbiezioni, così nel difendere testè la definizione di Dio, quanto nel dialogo poc’anzi compiuto e in alcune parti del primo libro. Ne le istanze del Jacobi differiscono per la sostanza da quelle accennate più sopra dell’Insipiente. Del sicuro il pensier riflessivo, l’abito dei giudizj e l’uso delle nozioni introducono nel concetto di Dio e de’ suoi attributi molte indebite divisioni e limitazioni. Salvo che non è mai