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| 470 | libro quarto. |
può Iddio non volerla, insorge Occam e accusa di temeraria quella sentenza; nè si perita d’affermare che Dio è liberissimo anche di disvolere la virtù e fare che la scelleraggine ne pigli il posto e l’ufficio ed essa diventi la virtù eroica e perfetta.
76. — Molto più tardi Malebranche reputò e Leibnitzio confermò con gran senno che Dio vuole e crea l’ottimo di tutti i mondi possibili; ed ecco quella gentile anima del Fénelon ed altri con lui se ne scandalizza e grida che ciò è un introdurre indebitamente la necessità nei pensieri e negli atti di Dio il quale è liberissimo di creare l’universo con qualunque grado di bruttezza e forse anche il pessimo dei mondi possibili. E accade di riconoscere che le risposte del Leibnizio e de’ suoi non riescirono magistrali sempre ed irrepugnabili. Perocchè egli medesimo e la scuola sua troppo adusavansi a quel linguaggio dottrinale e superbo che a dirla schietta rasenta spesso e da più lati l’Antropomorfismo. E se l’ingegno altresì fecondissimo ed acutissimo del Leibnizio gli fa rinvenire partiti a spedienti impensati e perspicaci, ei non riescono ognora accettabili ad un giudicio freddo e penetrativo. Come quando gli venne trovato che in Dio non era la necessità metafisica sibbene la morale. Una sola è la necessità vera e assoluta, il non potere l’ente essere e non essere al tempo medesimo. Ora se Dio seguita i decreti della saggezza perchè operando altramente la perfezione infinita di lui avrebbe difetto, e però sarebbe e non sarebbe infinita, appare manifestissimo che Dio è mosso non da morale ma da metafisica necessità. Ma usciamo a un tratto di questi paradossi a cui debbesi meritamente lo scredito e la incuria che la scienza nostra s’è guadagnata dalla parte degli nomini pratici e positivi.