| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 562 | libro quinto. |
che porta l’indole e lo spiegamento delle diverse materie. Nondimeno, essendo questo un punto capitalissimo nella metafisica, mi fo debito, secondo mio stile, di raccontare sotto brevità i dubj che ni travagliarono intorno ad esso e le occasioni onde nacquero e il modo che mi appariva più conveniente ed efficace per dissiparli.
53. — E prima, questa mia unità di subbietto e di legamento sarebbe ottima qualora non rimanesse quasi esteriore alle cose; imperocchè il beue in quanto ragione di fine si separa da quelle e non si può scambiare in guisa veruna con l’essere loro.
In secondo luogo affermando noi stessi che la natura del bene va rassegnata fra i principi elementarissimi e però indefinibili, noi veniamo a costituire tutta la scienza in un fondamento mal noto ed oscuro. E quindi, come la nozione del fine ci è nebbiosa, avviene a forza altrettanto dell’ordine intero dei mezzi.
54. — Oltrechè, s’egli è vero quello che pensano tutti i logici che d’ogni materia si debba cercare e sapere primamente s’ella è; poi quello che è; appresso per che cagione; da ultimo a qual fine; noi discorrendo unicamente del fine presumiamo a torto di contenervi tutta la ragione dell’essere; perocchè, se vi è contenuta in alcuna guisa, ciò accade per relazione di relazione non per iscienza propria e diretta. Intorno a tali gravissime oppugnazioni io dava in più tempi a me stesso le risposte infrascritte.
55. — Che l’unità del bene e del buono rimanga come esteriore alle cose non è negato da noi e non si giudica quale difetto. Perocchè le cose in niuna maniera non possono fare uno. Basti che il bene e il mono si meschino sostanzialmente e perfettamente