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| 564 | libro quinto. |
e il suo fine. Ora noi dei quattro quesiti soddisfacciamo a tre pienamente e vogliam dire nei termini conseguibili alla scienza umana. E per fermo, che l’ente esista si prova per la esistenza della infinita bontà, la quale costituendo l’Alfa e l’Omega del tutto, costituisce la cagione vera efficiente e il fine essenziale e perpetuo dell’ente.
59. — Ma tu vuoi ch’io sappia per via diretta quello che è l’ente per sè e non guari argomentando dalla nozione del bene e del fine.
Io lo saprò meglio (mi penso) di molti altri sistemi. Perchè il concetto del bene mi trae diritto a conoscere e definire tutte le perfezioni il che importa tutte mai le determinazioni positive e luminose dell’essere. Di quindi io saprò eziandio quello che è positivo davvero e saldo e perfettibile nell’ente finito. Ma perchè di questo è carattere peculiare ed innato la diversità, io cercherò inutilmente per notizia diretta la sua natura comune e l’unità sua e troverò invece da ogni parte lo scomunato e il molteplice. Quindi io potrò meglio indovinare di lui quello che non sia e le discrepanze ed alienazioni dall’infinito.
X.
60. — Piacque a Platone indagar sottilmente dell’Uno, dell’Ente e del Bene; ma questo ultimo fece trionfare sugli altri due nè dubitò di sottomettere ad esso tanto l’ordire delle idee quanto le perfezioni e le eccellenze divine. Della qual gerarchia, se è lecito così nominarla, io riconosco di essermi innamorato fortissimamente appena n’ebbi notizia; nè mi guardai molto dalle obbiezioni che potevano invalidarla. E certo, se parlano il cuore e la fantasia, nessun concetto di Dio