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| 44 | libro primo. |
impropriamente assai; perchè pose a capo del suo sistema l’infrascritta proposizione; il me sente il non me.
Ora, la sensazione, in quanto ella è tale, sarà sempre affezione nostra e non delle cose, e starà tutta dentro lo spirito e non avviserà nulla mai del di fuori: atteso che bisognerebbe per ciò una sensazione mezzo esterna e mezzo dell’anima, il che è manifesta contraddizione. Ne il percepire l’estrinseco in quanto estrinseco è a parlar proprio un sentire, sebbene sia mescolato strettissimamente con esso.
66. — Antonio Rosmini accettò per intero la teorica del Calabrese e stimò di aggiungere, quasi per modo di spiegazione e dichiarazione, che nell’atto del percepire il sentito e il senziente risolvonsi in una perfetta unità pigliando a lettera quel pronunziato di san Tommaso comune ad altri scolastici sensibile est sensus in actu.
Per mio giudizio, tale unità non accade e non può accadere; perchè ella varrebbe come un compiuto immedesimarsi dell’obbietto e del subbietto; e ragionandosi con rigore, avrebbesi una entità sola in iscambio di due. Senza parlare della stranezza d’infondere la sensibilità in ogni oggetto materiale; onde il frutto, per esempio, sentirebbe la propria dolcezza e la pietra il proprio peso, tostochè l’uno e l’altra venissero da noi percepite.
Il subbietto e l'obbietto, eziandio nel compiersi della percezione, permangono distinti e divisi tanto che pure per ciò l’animo nostro non mai conosce la intimità vera e l’essenza concreta nè delle cose circostanti nè di sè stesso. E quando del sensibile e del senziente facessesi uno in modo assoluto, l’attivo sarebbe insiememente passivo, e la sensibilità nostra, come dicemmo, verria trasfusa altresì nei corpi esteriori. Del rima-