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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/23

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del finito in sè. 15


consistere, in Dio ritornare. E perciò se ritorna, essa in qualche modo se ne alienò e fece contrario cammino. La qual cosa importa che il finito, siccome tale, opponesi all’infinito e da lui si disgiunge. E questa è la prima divisione. La seconda guarda il finito nelle sue attinenze con la mentalità e potenza divina. La terza lo guarda nel suo progressivo congiungimento con l’infinito medesimo, in quanto questo è accessibile alla creatura e comunicabile.

24. — Simili partizioni nella sostanza nuove non sono; chè la natura fu meditata e conosciuta da troppo gran tempo Ma nuovo è considerarle intrinsecamente in tutto quello che valgono e nelle applicazioni loro all’ordine vero dei fatti. Aristotele, dicendo ogni male della materia e ogni bene della forma, volle parlare da un lato delle necessità e impotenze del finito, dall’altro degl’influssi incessanti dell’infinito; e questi da niuno furono ravvisati e misurati con più giusto compasso quanto da quel platonico, il quale domandò la bellezza una vittoria della forma sulla materia, e volle appunto significare una vittoria universale dell’infinito sul finito. La terza partizione dal Vico accennata sentirono gli altri platonici quando pronunziarono col lor maestro che fine dell’uomo è la perfetta imitazione di Dio.

II.


25. — Ma prima per fare che tutte le parti di questo breve trattato riescano chiare e muovano diritte e spedite al loro termine, ci accade di dover qui esporre succintamente la dialettica del principio di causa. Conciossiachè tutta la materia della cosmologia è governata da tal principio, il quale d’altro lato fu stranamente descritto e abusato dai fondatori di sistemi.