plici, ma si domanda la cagione del mutare di quegli atti; imperocchè essa non può stare nella natura propria interna e immutabile degli agenti medesimi, e conviene cercarla altrove e fermarsi alla perfine in una ragione suprema, universale e apodittica; e cioè a dire che la ragione causale d’ogni mutamento nel mondo creato debbe fondarsi ella pure nel più generale principio della identità e della contraddizione. E simigliantemente, tutta la dialettica della ragion sufficiente, come Leibnizio la volle denominare, debbe avere per riscontro e per prova ultima il detto principio. Chè in altra guisa la teorica della causalità fondandosi sopra un adagio di senso comune creduto e non dimostrato non cancellerebbe mai il suo carattere empirico; ed anzi lo imprimerebbe in ogni materia a cui venisse applicata.
27. — E qui notiam di passata il progresso che fa la filosofia teoretica intorno a questo subbietto della causalità mediante la nostra particolare dottrina della Percezione. Per fermo, quando l’Hume sentenziava universalmente non apparire in alcun fatto il carattere dell’efficacia causale, ma solo i fenomeni legarsi fra loro per contiguità di luogo e di tempo, insorsero i psicologisti a provare che l’anima testifica tuttogiorno a sè stessa di essere cagione formale de’ proprj atti. Il che forse poteva concedere anche l’Hume senza troppo dannificare le sue negazioni. Nella medesima impotenza, a nostro parere, sono tutti que’ metafisici i quali o negano l’intuito immediato della compenetrazione nel nostro essere degli atti esterni ed interni; ovvero lo spiegano siccome una specie d’immediata divinazione. Invece, per la nostra dottrina diventando evidente e certissimo quelle che abbiam domandato contatto mentale del subbietto e dell’obbietto, la filosofia possiede