| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 18 | libro primo. |
una prova scientifica della nozione di causa efficace o vogliam dire di quella che opera fuori di sè e penetra nel subbietto passivo.
III.
28. — Nel generale, domandasi causa ciò che per virtù própria e immediata origina alcuna esistenza o dentro o fuori di sè; quella che opera dentro venne chiamata formale; l’altra, efficiente.
Egli è chiaro che la esistenza causata non può essere lo stesso atto causale, salvo che quando l’agente o il subbietto dimori per natura o per abito in quel solo atto primo che domandasi facoltà o virtualità. Perocchè allora la esistenza causata è un’esplicazione di atto, sebbene vi occorra un’altra forza eccitativa e determinativa come si vedrà più tardi. Ma se l’atto è immanente e sempre ad un modo è spiegato? Allora, ripetiamo, il dargli per causa il proprio agente o subbietto è poco meno che un’astrazione e un paralogismo e si viene a dire che l’agente con un atto fa esistere quel suo medesimo atto. Per fermo, la mente stessa distingue con pena il subbietto dall’atto essenziale e immanente. Ad ogni modo, diciamo il subbietto non essere causa infino tanto che non si considera siccome agente, perchè la cagione è qualcosa d’intimamente ed essenzialmente attivo. Che se il subbietto è mai sempre in atto e con quell’atto s’immedesima, e perciò vogliamo dire ch’egli è continua causa, domanderemo allora dove sia l’effetto e come distinguesi dalla causa. Laonde, com’io notavo più sopra, quando parlasi delle qualità e degli atti essenziali e immanenti d’una sostanza semplice, e taluno ne richiedesse la ragione e cagione interiore, subito gli saria rispo-