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| del finito in sè. | 21 |
33. — Menare, per altro, una cosa dal non essere all’essere, inchiude, chi ben guarda, una potenza infinita; perchè è infinito l’abisso che separa l’ente dal nulla.
Ogni specie adunque di cansazione o sostanziale o modale che sia, opera in virtù d’una potenza infinita.
34. — Di qui si tragge che una sola causa sussista nell’universo a cui tal nome compete veramente e assolutamente; perchè due infiniti di potenza sono impossibili, e questa causa prima ed ultima è Dio.
35. — Da ciò rampolla (e sia qui detto per transito) una dimostrazione assai rigorosa e poco avvertita così dell’esistenza di Dio come del principio di causa. La quale dimostrazione appena vuolsi affermare che proceda a posteriori, bastando a costituirla qualunque atto del pensiere. E per lo certo, si noti il legamento delle infrascritte proposizioni. Io penso, dunque esisto. Tal mia conclusione è un secondo pensiere diverso dal primo; io esisto, adunque, mutando. Ma ogni mutamento o sostanziale o modale è una nuova esistenza; ed ogni sì fatta ricerca un potere il quale la tragga dal non essere all’essere; e perchè dall’uno all’altro corre intervallo infinito, lo può solo riempiere una potenza infinita. Và dunque l’infinito che crea e determina tutte le esistenze nuove e fornisce altresì al pensiere la facoltà di mutarsi.
36. — Impertanto, dopo Dio tutte le altre cause sono per partecipazione e si domandano cause seconde.
Nel vero, se può esistere il finito possono eziandio esistere le cause finite o seconde; e se esiste una sola causa assoluta, non perciò non possono esistere cause relative e cioè a dire partecipi di virtù effettrice.
37. — Ma v’à chi sostiene che il mondo creato è infinito ed è intrinseco alla sua cagione. E prova il primo