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| 22 | libro primo. |
enunciato con questo, che da causa infinita può solo provenire effetto infinito.
38. — Al che si obbietta col presente dilemma: o le cose create sono consustanziali con Dio o non sono. Chi afferma il primo, cade nel gran paradosso d’immedesimare il finito coll’infinito; poichè l’esperienza ci prova che nel mondo è il finito. Chi afferma il secondo e tuttavolta sostiene la infinitudine della creazione, ammette due infiniti l’uno fuori dell’altro; e poichè l’uno debbe all’altro mancare, ei sono finiti ambedue. Nè si scampa dal dilemma dicendo con Hegel la cagione e l’effetto essere a un dipresso identici; espressione, che torna a ripetere, sotto diverso sembiante, il gran paradosso della parità dell’ente e del nulla. Ma in realtà cagione ed effetto differiscono tanto quanto il finito dall’infinito. Conciossiachè questa è vera e assoluta cagione, come vero effetto è l’universo creato. Nè gioverà di vantaggio il pronunziare insieme col Bruno o con altri più moderni che l’effetto dimora nella cagione come l’atto nella potenza, ovvero che la cagione infinita ed implicata diventa esplicita nell’effetto pur rimanendo uguale a sè stessa. Coteste ambigue parole di atto e potenza e di estrinseco e intrinseco ànno corto dominio laddove si ragiona schietto e preciso.
39. — Quando l’effetto non trapassi per niente fuori della sostanza divina, la risposta fu già espressa e chiarita più d’una volta. Quando trapassi al di fuori, l’effetto non è spiegamento ed emanazione, ma creazione reale dal nulla. Quindi la potenza rimanendo scissa dall’atto, e l’implicazione dalla esplicazione, la causa non più possiede l’infinito determinato nel proprio effetto e quindi è incompiuta e manchevole.
Adunque, dicendosi che da cagione infinita può