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| 28 | libro primo. |
53. — E cotesta è dottrina teistica. Invece nel panteismo, in quella maniera che poco o nulla si può concepire la causa operante fuori di sè, del pari non vi s’intende com’ella effettui ancora il diverso da sè; in fatto, nel sistema della sostanza una ed inseparabile ogni mutazione debbe da ultimo essere un atto e un modo di quella sostanza. Ora, chi può farsi capace di questo che il modo e l’atto non sieno d’una essenza e d’una natura col subbietto e l’agente?
54. — Dicemmo, ed or confermiamo, poter esistere le cause seconde e cioè alcuna specie e grado di efficienza partecipata.
55. — Atteso poi che ogni sostanza per operare al di fuori conviene sia fornita di attività e questa dimora in due stati diversi, e vale a dire in implicazione di potenza, ovvero in esplicazione; seguita che ogni causa efficiente sia innanzi tratto causa formale entro sè medesima.
56. — Da ultimo, considerando che la creazione esce dall’assoluta bontà di Dio, e che però ella dee contenere tanto bene quanto il finito ne sia capevole, deesi giudicare che, mercè d’una meditazione intensa e rigorosa sulla dispensazione divina del bene, la mente à facoltà di costituire la certezza scientifica della esistenza delle cause seconde e ben definire i modi essenziali d’ogni loro operato; il che appunto procaccerà d’indagare e fermare la nostra cosmologia; fondandosi precipuamente su quel gran vero che la sola e mera passività nelle cose non è nettampoco apprensibile e che il bene risolvesi in attività essenziale e permanente. Questo poco è lecito di argomentare intorno alla categoria delle cause per sola virtù discorsiva.
56. — Altre analisi più minute della materia sono da lasciare ai grammatici e ai logici, nelle cui distin-