Vai al contenuto

Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/39

Da Wikisource.

del finito in sè. 31


E convertendolo di tal guisa è chiaro che non v’è più modo di distinguere il mezzo dal fine; e se ogni cosa è fine, il fine più non esiste.

62. — Và dunque nel creato il bene ed il male e delle cose che conducono al bene ma che il bene non sono. Da ultimo, egli non si può concepire il bene in una forma positiva e quindi desiderabile, qualora non sia si- nonimo di beatitudine; e la beatitudine vuol dire la pe- renne coscienza, soddisfazione e armonia di tutte le fa- coltà dell’ente personale nel colmo dell’attività loro. Tutti gli altri beni sono un vestigio di questo, salvo il bene morale in quanto è legge divina prescrivente l’or- dine secondo il quale l’universo creato aggiunge il suo fine, e però è bene assoluto e convertesi con esso Dio legislatore supremo. Oltrechè, la beatitudine e il bene morale come eziandio la perfezione dell’essere sono termini i quali da ultimo debbono insieme incontrarsi ed unificarsi; imperocchè sotto un rispetto umano e finito l’uno è mezzo e l’altra è fine, e l’una è un po- stulato della assoluta ragione dell’altro.

63. — I vecchi panteisti, conseguenti a sè stessi, quanto fu loro possibile negarono la distinzione del bene e del male e però negarono le cause finali ed ogni progresso come ogni moralità. I panteisti moderni incoerenti ad ogni tratto con sè medesimi pongono l’indefinito sviluppo dell’Assoluto e però l’ordine dei mezzi e dei fini. Vedemmo altrove che le nozioni o idee sono le eterne possibilità delle cose e quindi le loro vere cagioni efficienti. Ma rispetto al pensiere umano e in quanto elle porgono a lui l’esemplare di ciò che attua nelle opere d’arte e di pratica, torna più convenevole registrarle nell’or- dine delle cause finali, facendo parte essenziale delle intenzioni dell’uomo.

64. — Le altre condizioni proprie e specificate del