Vai al contenuto

Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/41

Da Wikisource.

del finito in sè. 33


quando dicesi che nei finiti il diverso non à balía d’operar sul diverso, è ragionevole d’intendere che sono diverse compiutamente due cose della quale l’una non può farsi passiva dell’altra, ovvero che non v’è fra loro nè somiglianza di natura nè possibile relazione di causa e di effetto. Quello, pertanto, che è accettahile nella teorica del Malebranche chiamata occasionalismo, si è che noi vediamo tra esseri, i quali giudicheremmo diversi affatto, sussistere una relazione causale e ciò non per un atto speciale della potenza di Dio, ma per una originale disposizione e costituzione di quelle sostanze; il che torna a dire che la diversità loro non va sino al punto di fare impossibile ogni efficacia causale dall’una all’altra.

67. — In mano poi degli occasionalisti il concetto medesimo di causa occasionale si va alterando e falsando; dacchè siguifica una relazione di contemporaneità e concomitanza determinata per arbitrio non per necessità delle cose. Nel vero e nel fatto, pur le cagioni occasionali operano con necessità intrinseca legata e connessa all’estrinseca di tutti gli enti.

68. — Ma nel generale è da dirsi che la categoria di causa fu la peggio trattata in filosofia; e Aristotele ne parlò felicissimamente da logico, scarsamente da metafisico; e mentre negava a Platone l’intrudersi delle idee nelle essenze effettive, chiamava del pari cause formali le nozioni e il principio attivo e interiore delle cose. Onde per lui le definizioni erano cause; e dedurre per sillogismi era dimostrare dalle cagioni. Nè mai sospettò che dovesse farsi luogo alla controversia promossa dall’Hume tanti secoli dopo. E se nell’undecimo della metafisica discorre delle cagioni con maggiore profondità e le quattro classi riduce a due, sembrami avere egli concluso bene intorno al concetto della ragione

Mamiani — II. 5