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| 178 | capitolo decimo. |
tra i Giansenisti ed i Gesuiti. Ma questi medesimi pur ricordandosi del Breve Dominus ac Redemptor propalato con solennità grande da Clemente XIV e in cui si censura e rimprovera la Compagnia loro della zizzania seminata e degli scandoli gravi promossi, forse dubitano per questo rispetto dell’assoluta autorità pontificia; o forse la giudicano assoluta eziandio circa l’affermazione dei fatti speciali quando in essi è come implicata e rinvolta una massima di fede. Chè mai que’ Padri non si lasceranno vincere nel trovare distinzioni, torcere il senso delle parole e accordar gl’impossibili. E qui l’impossibil sta nel mostrare che il breve di Ganganelli riprovando dissenzioni e scandali gravi non implica materia morale dogmatica. Ma non volendo il pio e leale cattolico, seguire travagliosamente tutte queste sottilità dei teologanti e curiali, potrà del sicuro adagiarsi nella credenza che è gran paradosso di mantenere e di promulgare che Roma in nessun giudicio non sia caduta in abbaglio. E neppure quando dannava con Clemente XI il giuoco pubblico del lotto e con Clemente XII fondava nei propri Stati il giuoco medesimo. Il che ci sembra di più momento che affermare un fatto speciale o negarlo.
Le quali cose per altro, (noi confessiamo) non porgono arbitrio veruno al cattolico di ricevere con poca docilità e riverenza i pronunziati dei superiori ecclesiastici, essendo nel generale verissima la espressione di san Gregorio: Sententia Pastoris sive justa, sive injusta, timenda. Ma ciò non viela ch’ella non sia esaminata al lume del senso morale, della scienza e della critica; e talvolta non accada necessità di resistere, poichè delle creature intellettuali e libere è scritto l’ossequio vostro sia ragionevole. E il Bellarmino pur dopo avere alzato alle stelle e quasi deificato il suo papa, nullameno confessa che è lecito di resistere al pontefice il quale in-