Vai al contenuto

Pagina:Mamiani - Teorica della religione e dello stato, 1868.pdf/372

Da Wikisource.
354 capitolo decimoquinto.


Magno non si trova, e che nelle lettere pontificie in cui viene ricordato parlasi del papa insieme con la repubblica romana; onde si dovrebbe inferire che il popolo e il senato di Roma furono chiamati partecipi nel dominio. Aggiungesi che non poteva Carlo Magno, come nol può nessun principe, donare altrui in pieno possesso alcun membro dello Stato la cui integrità è innanzi ogni cosa affidata alla sua fede e alla sua spada. E per vero, troviamo nei tempi posteriori che non mancavano gl’imperatori tedeschi di spedire nello Stato ecclesiastico i loro vicarj. Nè similmente i Romani parvero mai rinunziare al diritto di condominio; e v’à qualche papa da essi posto in prigione o ammazzato e parecchi cacciati della città. Senza dire che insino a quando i pontefici vennero eletti nei comizj popolari, poteva Roma proseguire a chiamarsi repubblica e attribuirsi non poca parte dell’autorità sovrana. E certo è che quivi i rappresentanti del Comune combatterono in ogni tempo contro gli arbitrj papali, tantoche bisogno spogliarli a forza persino di quei diritti moderatissimi stati mantenuti a qualunque Comune da qualunque regnante.[1]

E chi non à in memoria la sollevazione di Crescenzio e quella eccitata da Arnaldo da Brescia? poi l’altra di Cola di Rienzo dal Petrarca encomiata e il tentamento infelice di Tommaso Porcari sotto il papa Nicolò V? Ma nei lunghi intervalli che separano quelle date e quei nomi più illustri le cronache registrarono di mano in mano congiure e rivolte di popolo assai numerose e quante forse tu non ne leggi nelle storie d’altre provincie. Nullameno, è da riconoscere che quando i papi, lasciato Avignone, restituironsi a Roma, furono festeggiati ed accarezzati universalmente, e parve la città reintegrarsi d’abitatori, di ricchezze e munificenze. Nel vero, a que’ tempi

  1. ↑ Coppi, Discorso sul Consiglio e Senato di Roma, 1848.