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| capitolo decimoquinto | 363 |
Ma ciò che torna oltraggioso davvero alla Provvidenza è il supporre che sia proposito suo speciale e fattura delle sue mani l’aver posto in conflitto i doveri, costumi ed usanze del sacerdozio cristiano con quelli convenienti e proprj del principe. Noi abbiamo a dilungo esposto e, ci sembra pure, provato che Cristo volle ne’ discepoli suoi l’osservanza perfetta d’alcune virtù e disposizioni d’animo le quali diffondendosi all’universale de’ cittadini recherebbero invece qualche effetto non buono alla prosperità e grandezza civile; come per via d’esempio la povertà non solo interna ma esterna, e vale a dire che non serba solo entro l’animo l’alienazione dalle dovizie, comodità e lautezze, ma le schiva e discosta eziandio di fuori col fatto, pigliando solo dei beni mondani quel pochissimo che è necessario a sostentare la vita. Ora, è troppo certo che dove il consorzio umano tutto quanto operasse ad ugual modo e piacessesi di vivere quasi mendico, le arti, le industrie, i commerci si estinguerebbero, ed esso troverebbesi privo di quella potenza ed abilità inquieta e febbrile mediante cui prosegue da secoli la conquista sua generosa sulle forze della natura e le fa servire allo spiegamento di tutte le facoltà nostre e al progredire della socialità, del sapere, della educazione e comodezza comune; oltre al derivarne alleviamenti continui alla indigenza e agli stenti infiniti de’ proletarj. Per simile, volle Cristo nei banditori del suo Vangelo una umiltà, semplicità, pazienza, mitezza e dolcezza impareggiabile, e un fuggire a tutt’uomo qualunque maniera di comando e qualunque atto signorile; e in quel cambio impose loro la sommissione e il farsi tuttogiorno a servire il prossimo e non ad essere mai serviti. Di tutto il che abbiamo discorso altra volta le ragioni stupende e degne nel vero d’esser pensate da chi pervenne a rinnovare la faccia del mondo col mezzo d’un apostolato così nuovo