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| 364 | capitolo decimoquinto. |
e sublime. Certo è peraltro che la sommissione, la mitezza e l’alienazione dalla signoria e dall’impero non s’addice a tutti gli uomini; ma bisognano altre virtù nei capi delle repubbliche e nei condottieri degli eserciti. Chè in essi è necessaria sovente l’alterezza e fierezza dell’animo e il comandare con energia e farsi temere insieme ed amare; ed anche lor si compete certa maestà e grandezza di parlare e operare e certa ricchezza e pompa di ornamenti e di arredi. E sebbene importi ad essi estremamente serbar la quiete al di dentro e al di fuori e le arti della pace con premura assidua coltivare, tuttavolta è pur doveroso ai medesimi, secondo tempi, dar di piglio alle armi e nelle battaglie venire al ferro ed al sangue; e del pari nelle ribellioni torna a merito loro talvolta l’esercitare pronte e tremende giustizie prevenendo maggiori disastri e serbando intatte le leggi e le istituzioni della patria.
Chi può, pertanto, senza offendere la Provvidenza divina osar di asserire ch’ella s’è compiaciuta di mettere in mano dei banditori del Vangelo lo scettro e la spada e farli signori e monarchi, tanto che fosse loro impossibile di esercitare la povertà, la mansuetudine e la sommissione apostolica? Dirà, invece, con meno insolenza quello che asseverava il santo pontefice Gelasio che unire e confondere insieme i due reggimenti spirituale e temporale è invenzione diabolica e propria del culto pagano; e ad ogni modo crederà, certo, essere ciò non consentaneo con la volontà e il giudicio di Dio; perlochè scriveva Sinesio vescovo di Tolomaide: lo stesso Dio separò i due ufficj e parti assolutamente il ministero ecclesiastico dal politico. Come dunque tentate voi di ricongiungere quello che Iddio à separato?..... per certo niun’altra cosa può riuscire maggiormente funesta agli uomini. E dire che questa unione delle due potestà nuoce quando il