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capitolo decimoquinto |
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principe usurpa i carichi spirituali e giova in cambio e fa bene quando è il sacerdote che si fa principe, sembra affermato per far ridere le brigate. Perocchè il male procede dalla mistione indebita e mostruosa, non da chi la procura; ed al più ne proverranno effetti diversamente perniciosi, non però di minore malizia e tristizia. Ma qui apparisce quanto sia grande e col tempo sia smisurata la forza della consuetudine, e come la nostra mente termini col giudicare buono e salutevole non che regolare quello che è avvezza veder ripetere sotto gli occhi ogni giorno. Imperocchè quando non operasse la forza generale e prepotente dell’uso, qual concetto le anime pie farebbersi del clero romano scorgendo quei discepoli eminenti di Cristo procedere colà in cocchi dorati, abitare marmorei palazzi ricrearsi per ville piene d’ogni sontuosità e delizia, farsi il vicario di Cristo portare a usanza orientale in sulle spalle degli uomini con larghi ventagli intorno per rinfrescargli nelle basiliche l’aere riscaldato dalla calca e dai ceri ardenti? Nè mai principe usci dalla reggia sua con maggior pompa di carrozze, di livree, di soldati quanto esso il papa, uscente dalla sua reggia del Vaticano o da quella di Monte Cavallo; e nell’una e nell’altra ogni cosa è alla grande, ogni cosa alla signorile, tanto ch’egli potette questi anni addietro senza incomodo niuno dare alloggiamento là dentro allo spodestato monarca di Napoli e alla famiglia e corte di lui sopramodo numerosa. Era in fatto un re che ospiziava cordialmente e fastosamente un suo pari, e sovvenendogli oltre ciò il proprio soggiorno in Gaeta e l’avere in alcuna enciclica rappresentato (incredibile a dirsi) il padre di Francesco Borbone come esemplare specchiatissimo dell’ottimo principe. Nel che (guardando la hisogna in astratto e in riferimento con le corone reali) non v’è nulla da censurare e per lo contrario, è da rendere lode alla magnifi-