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| 424 | capitolo decimosesto. |
badano e non ricordano quanto dovrebbero la Chiesa essere un palimsesto antichissimo entro il quale l’ambizione principesca vergò di tristi e lunghissime pagine. Ma cancellata che sia per forza la recente scrittura il caustico dell’infortunio non dubitiamo che farà ridare in fuori i vecchi caratteri.
§ IV.
A due conclusioni di somma importanza noi perveniamo raccogliendo il costrutto delle ultime considerazioni, e ciò sono che veramente la riforma cattolica sorgerebbe sicura e progredirebbe al suo termine cadendo il principato laico della Santa Sede il quale pesa in dosso ai pontefici come quelle cappe di piombo indorate al di fuori e lucenti di cui Dante vestiva gl’ipocriti nel ventitreesimo dell’Inferno e che fanno impossibile il moversi e doloroso lo stare.
La seconda conclusione si è del non doversi aspettare mai che i curiali romani s’arrendino e si ricredano. Potrebbero forse cedere a un tratto, côlti e soprapresi dalla paura. Dappoichè il più di loro è di picciolo animo e d’indole quasi direi muliebre. Ma se ciò non succede per qualche accidente impensato, domanda per lo manco una minaccia fiera e credibile d’imminenti violenze, il che debb’essere escluso compiutamente da qualunque sorta di mezzi ai quali s’intenda di metter mano. Nè la violenza di sua natura è durevole, e possono gli effetti seguiti andarsene insieme con essa. Il che non è nuovo per la stessa Curia romana avendo più d’una volta curvato il capo alla foga del turbine, poi raddrizzatolo con qualche baldanza. E fu il caso appunto del Bonaparte il quale, mentre commetteva a taluno suo ministro di temporeggiarsi col papa, come se questo fosse